Pistoia

Pistoia: storia di una città

Dalla fondazione ai Longobardi

Nel secondo secolo avanti Cristo i Romani costruirono un accampamento fortificato (oppidum) sulla collinetta che oggi ospita il centro della città, dedicato al rifornimento delle truppe che stavano combattendo contro i Liguri.

Pur non essendo una civitas, fu costruito secondo i canoni urbanistici orientando i cardini da nord a sud e i decumani da est ad ovest e prese il nome di Pistoria perché i fornai, pistores in latino, vi svolgevano la propria attività per il vettovagliamento delle truppe.

Pistoria si ingrandì e divenne un centro importante dell’alta Etruria, ricordata per la morte nel 62 a.C. di Catilina. Successivamente seguì le alterne fortune dell’Impero Romano e nel 405 d.C. fu saccheggiata e rasa al suolo dai Goti.

Nel sesto secolo, con l’arrivo dei Longobardi la città riprese vita e arrivò addirittura a coniare moneta: il Tremisse Pistoiese. In questo periodo fu ricostruita la prima cerchia di mura sul perimetro romano e il centro del potere, la curtis regia, si trovava nell’attuale piazza della Sala, che si chiama così appunto perché vi era l’edificio che ospitava la Sala Regis o Sala Consiliarum.

 

Tra Guelfi e Ghibellini

Nel XII secolo Pistoria divenne uno dei primi comuni italiani, il suo statuto risale al 1117, ed è di questo periodo il “tantillo”, ovvero il sigillo comunale raffigurante un cavaliere armato di tutto punto con la veste a scacchi rossi e bianchi. Intorno al bordo del sigillo appariva una scritta in volgare “Que volo tantillo Pistoria celo sigillo”, che significa “quello che voglio lo incido con questo piccolo sigillo”.

Il libero comune fu governato da consoli, podestà e infine da capitani del popolo. Il XII secolo fu il periodo di massimo splendore della città: si iniziarono a costruire la seconda cerchia di mura e i più importanti edifici storici e artistici come la cattedrale di San Zeno, il Battistero, il palazzo di Giano oggi sede del comune, il palazzo dei Vescovi, la pieve di Sant’Andrea e l’ospedale del Ceppo.

Con il fiorire della ricchezza fiorirono anche le divisioni, si formarono fazioni avverse prima di ghibellini e guelfi e poi, con l’affermarsi dei guelfi, di bianchi e neri. Sembra che questa distinzione sia nata a Pistoia e derivi dalle lotte tra i figli del primo e del secondo matrimonio di Cancelliero Cancellieri. I primi, più anziani, furono definiti “bianchi” per il colore dei capelli e “neri” i secondi, perché più giovani e in colore.

Queste divisioni indebolirono la città e la resero facile preda di Fiorentini e Lucchesi che nel 1306 la cinsero d’assedio, conquistandola e segnando così la fine del libero comune. La seconda cerchia di mura fu demolita e la città rimase completamente indifesa per circa 50 anni. Nonostante la sconfitta, le famiglie Panciatichi e Cancellieri continuarono le loro lotte intestine e questo, insieme alla grande peste nera del 1348 descritta da Boccaccio nel suo Decamerone, decimò la popolazione cittadina.

Sotto Firenze e i Medici

Dopo il 1350 i Fiorentini decisero di ricostruire le mura per sottrarre la città all’influenza di Lucca. Nel farlo ampliarono notevolmente la cinta muraria soprattutto verso nord (tutt’oggi ne restano ampi tratti), deviando con un’imponente opera idraulica il corso del torrente Brana dall’alveo originale. I fiorentini però non si fidavano dei pistoiesi e costruirono all’angolo sud-est delle mura un massiccio bastione, la fortezza Santa Barbara, con le postazioni dei cannoni rivolte anche verso la città.

Il rapporto conflittuale tra la Pistoia e la Firenze dell’epoca è ben rappresentato dalla scultura che si trova all’inizio dello scalone del palazzo Comunale raffigurante un leone (il Marzocco di Firenze) che atterra una cavalla indomita (la sempre ribelle Pistoia) o dal Pozzo del Leoncino di piazza della Sala.

Pistoia successivamente seguì le sorti prima della Firenze dei Medici e dal 1737, con la morte di Gian Gastone e la fine della loro dinastia, degli Asburgo Lorena. Fu proprio grazie ai Lorena che a Pistoia rifiorirono commercio, manifatture e agricoltura: a questo proposito va ricordata la loro gestione lungimirante che portò il Granducato di Toscana ad essere il primo stato al mondo ad abolire la pena di morte o a fare un censimento sul consumo di pane per programmare le semine di grano.

Nel 1860 un plebiscito sancì l’annessione del Granducato di Toscana, e quindi anche di Pistoia, all’allora Regno di Sardegna successivamente Regno d’Italia.

 

Dalla Porrettana all’economia dei vivai

Del 1864 è la costruzione della strada ferrata Porrettana, la prima ardita tratta ferroviaria ad attraversare l’Appennino con un suggestivo percorso che ancora oggi collega Pistoia a Bologna attraversando i pittoreschi borghi della montagna e i fiabeschi paesaggi dei boschi appenninici.

Sempre nella seconda metà dell’ottocento incominciò a svilupparsi il vivaismo con la coltivazione e il commercio di piante da frutto e ornamentali, dando avvio a quello che oggi è uno dei volani principali dell’economia locale.

Fin dall’antichità la zona era conosciuta per la qualità delle coltivazioni prodotte, merito di tre principali fattori: l’esposizione, il clima e la disponibilità di acqua. L’Appenino infatti protegge questo territorio dai venti freddi del Nord Est e allo stesso tempo lo rifornisce in abbondanza d’acqua. Il terreno è di natura alluvionale ed è quindi un supporto ideale per lo sviluppo dell’apparato radicale delle piante perché sabbioso e argilloso al contempo.

Conseguentemente fin dall’epoca Etrusca il terreno fertilissimo era stato utilizzato per coltivazioni alimentari come orzo, frumento o piante da frutto. Solo nel 1859 la facoltà di Agraria di Firenze iniziò a coltivare alcune piante da fiore destinate ad importanti ville fiorentine. Subito emerse che le piante prodotte a Pistoia avevano una qualità ed un vigore superiori.

In breve tempo la domanda crebbe e molti contadini iniziarono a coltivare piante in proprio trasformando la loro attività rurale in vivaistica uscendo dagli orti cittadini ed espandendosi fuori dalle mura, nelle campagne circostanti. Con l’arrivo del nuovo secolo si iniziarono a coltivare piante ornamentali come magnolie, lagerstroemie, cipressi e betulle.

In pochi anni i terreni della piana divennero un grande unico giardino-vivaio con migliaia di specie e varietà coltivate. Nel primo dopoguerra e soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale il vivaismo pistoiese ebbe un notevole sviluppo, furono inventate tecniche di coltivazione, sistemi di conservazione delle piante fuori terra, ricercate e sperimentate nuove varietà. Tutto questo ha portato Pistoia ad essere oggi considerata la capitale europea del Verde.